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La definizione di sviluppo sostenibile è stata fornita nel 1987 nel Rapporto “Our Common Future” della World Commission on Environment and Development delle Nazioni Unite (ricordata oggi come Commissione Brundtland dal nome della norvegese Gro Harlem Bruntland, allora presidente della Commissione).
In tale nozione si afferma che «è sostenibile quello sviluppo che garantisce i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».
Il concetto di sviluppo sostenibile è nato dai dibattiti degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso sulle questioni ambientali e sul rapporto tra economia e ambiente ed è oggi da un lato abusato e, dall’altro, duramente criticato dai sostenitori della decrescita.

Fonte: UNITED NATIONS, World Commission on Environment and Development, Our Common Future, Documento A/42/427 del 4 agosto 1987, United Nations, 1987 p. 54 (trad. it, Il futuro di noi tutti, Bompiani, Milano 1988)

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published on 09.03.2009

Se dividessimo lo spazio disponibile sulla Terra per il numero dei suoi abitanti, in questo preciso momento avremmo un valore vicino a 1,6 ettari (di terreno biologicamente produttivo) per persona.
Ma cosa succederebbe se rifacessimo questo conto tenendo in considerazione quante risorse del territorio sono necessarie per soddisfare i propri bisogni primari (il cibo e il vestire), quanto spazio occupa la propria casa e quanta foresta ci vorrebbe per assorbire l’anidride carbonica generata dai combustibili fossili che ognuno di noi utilizza, ad esempio, per gli spostamenti o per riscaldare e illuminare la casa?
Se rifacessimo così il conto, il risultato sarebbe ben diverso.
L’indicatore che valuta così la nostra presenza sul nostro pianeta si chiama Impronta Ecologica.
È un concetto introdotto nel 1996 da William Rees e da Mathis Wackernagel. Da allora l’impronta ecologica ha fatto molta strada ed è considerata uno degli indicatori più interessanti nonché scientificamente validi soprattutto per far conoscere in modo intuitivo e immediato il nostro impatto sulla Terra.
Il risultato che si ottiene facendo il test (al sito http://myfootprint.org) è un valore in ettari per persona e una chiarissima immagine di quanti mondi ci vorrebbero se tutti consumassero come noi.
Anche se il calcolo così impostato ha finalità prevalentemente comunicative e può rischiare di ridurre la percezione del nostro impatto solo ad un problema di spazio, il risultato dà una chiara sensazione dell’insostenibilità di alcuni comportamenti e della possibilità reale di cambiamento che ognuno di noi ha.

Fonte: Global Footprint Network, http://myfootprint.org

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published on 09.03.2009

Ecco un confronto fra le prestazioni medie di alcuni mezzi di trasporto (energia usata al chilometro per passeggero)

Treno —————————– 0,4 MJ
Aereo Boeing 777 ————–1,5 MJ
Aereo Boeing 747 ————– 2 MJ
Auto di media cilindrata —— 2 MJ
SUV ———————————- 3,3 MJ

«Può sorprendere il fatto che gli aerei più moderni ed efficienti, come il Boeing 777, consumano per passeggero e per chilometro anche meno di un’automobile. In un solo giorno, però, un aereo può coprire una distanza pari a quella che un’auto percorre in un anno intero: l’impatto ambientale e climatico del trasporto aereo, sempre più sotto accusa, è dunque legato alle lunghe percorrenze e al fatto che le sostanze inquinanti sono rilasciate in alta quota, in zone particolarmente vulnerabili della troposfera.»

Fonte: N. Armaroli, V. Balzani, Energia per l’astronave Terra, Zanichelli, Milano, 2008, pp. 75-76

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published on 07.03.2009